Critica alla ragion PRATICA

                      



                         
 RAGION PRATICA 

 L'uomo, dice Kant, non è fatto solo di ragione pura (intelletto), ma anche di volontà (ragione pratica). L'intelletto dirige la conoscenza, mentre la ragione pratica, proprio in base alle tre idee della ragione (anima, mondo e Dio), ancorché sbagliate dal punto di vista conoscitivo, è in grado di regolare la volontà dell'uomo, cioè la vita pratica e la morale. 

Di tale facoltà della ragione pratica di orientare il comportamento e la morale dell'uomo si occupa la seconda grande opera di Kant, "La Critica della ragion pratica", che significa analisi, esame, di come la ragione, dal punto di vista pratico, può regolare la condotta e la morale dell'uomo. 

La morale, o etica, è la scienza che studia il comportamento pratico dell'uomo al fine di indirizzarlo verso ciò che è giusto, per cui ragione pratica=la volontà regolata dalla ragione.

L'analitica della ragione pratica.

Kant chiama principi pratici (norme pratiche) quelli che influenzano e regolano la volontà. Essi si dividono in massime e imperativi.

Le massime (=prescrizioni, suggerimenti, consigli) sono principi pratici che valgono solo per i singoli soggetti, per i singoli individui, che se le propongono: quindi sono soggettive (cambiano da soggetto a soggetto, da persona a persona); sono massime, ad esempio, quelle del tipo: "reagisci alle offese"; "non tollerare l'ignoranza altrui".

Gli imperativi (=comandi) sono invece principi pratici oggettivi; sono comandi o doveri che valgono per tutti. Ciò non significa che necessariamente, di fatto, tutti si comportino secondo questi comandi, perché possono non essere rispettati se non si segue la ragione ma ci si fa dominare dalle passioni; significa piuttosto che tali comandi si imporrebbero a tutti se tutti obbedissero alla ragione pratica, che è in grado di regolare e determinare la volontà.

Gli imperativi si distinguono, a loro volta, in imperativi ipotetici ed imperativi categorici.

Gli imperativi ipotetici esprimono un comando subordinatamente al perseguimento di uno scopo particolare, in vista di fini particolari, ed hanno la forma del "se... devi"; ad esempio: "se vuoi essere promosso (ipotesi) devi studiare". Quindi hanno sì un valore oggettivo (che vale per tutti), ma valido solo per tutti coloro che vogliono conseguire quel medesimo scopo predeterminato.

Gli imperativi categorici (categorico=assoluto, indiscutibile) sono invece comandi che regolano la volontà a prescindere dal raggiungimento di scopi determinati, ma comandano di agire sempre con razionalità, razionalmente, perché tale è il dovere di tutti, senza essere subordinati ad alcun fine. Sono quindi oggettivi non in senso ipotetico, subordinato, ma in senso assoluto. Non hanno la forma del "se... devi", ma del " devi" puro e semplice; devi e basta: comandano il dovere per il dovere, perché è così che si deve fare, è così che si deve agire e comportarsi, in quanto così è giusto e non già per ottenere un qualche scopo o vantaggio.


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